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Riassunto non disponibile
Vengono illustrati i risultati dell'applicazione
della microscopia elettronica a scansione (SEM) sullo studio di materiale
renale decellularizzato ottenuto da 7 nefrectomie (controlli) e 9 casi
di glomerulopatia.
La procedura di rimozione degli elementi
cellulari non altera la morfologia generale. La superficie epiteliale della
membrana basale glomerulare è facilmente distinguibile rispetto
a quella endoteliale corrispondente. La matrice mesangiale appare come
un delicato setto fenestrato con caratteristiche discontinuità ovalari
o tondeggianti nella regione assiale e forma una sorta di reticolo che
separa i lumi capillari.
Tra gli aspetti più interessanti
rilevati nei casi patologici si segnalano caratteristiche alterazioni a
carico della membrana basale. Nella glomerulonefrite membranosa la superficie
epiteliale risulta irregolare, granulosa con aspetto un po' trabecolato
e piccole depressioni superficiali in netto contrasto con la superficie
endoteliale che risulta invece più regolare e liscia. Nella glomerulonefrite
a depositi mesangiali IgA (GNIgA) la membrana basale del glomerulo risulta
talora a larghi tratti irregolare con numerose piccole depressioni superficiali
e increspature che conferiscono un aspetto reticolare e con formazioni
crateriformi di diametro maggiore (variabile da 0.3-0.5 pt) alternate
ad aree pressoché normali sul versante epiteliale. Sono inoltre
evidenti fessurazioni a carico della GBM di circa 0.6 p di larghezza,
non riscontrate nei controlli sani.
In conclusione, la tecnica SEM su
glomeruli acellulari si presta fondamentalmente a studi morfofunzionali.
In particolare, le alterazioni crateriformi della membrana basale nella
GNIgA ad estrinsecazione proteinurica, se confermate su casistiche più
consistenti, potrebbero rappresentare il substrato anatomopatologico di
anomalie orinarie presenti in un sottogruppo a maggior rischio di progressione
di malattia.
Le membrane cellulosiche sono ampiamente
utilizzate nel trattamento sostitutivo artificiale dell'insufficienza renale
cronica terminale per le loro molteplici proprietà, ma vengono generalmente
considerate poco biocompatibili. La bioincompatibilità delle membrane
cellulosiche è principalmente attribuita alla presenza di gruppi
idrossilici (OH) sulla superficie della membrana. Tali gruppi OH possono
essere sostituiti da altri gruppi nel processo di produzione della membrana:
sono ottenute così le membrane cellulosiche modificate. Abbiamo
condotto uno studio clinico confrontando biocompatibilità e performance
funzionale di tre membrane cellulosiche modificate, realizzate attraverso
modificazioni diverse al polimero di cellulosa (hemophan; diacetato di
cellulosa; cellulosa modificata sinteticamente, SMC). Dieci pazienti uremici
cronici sono stati dializzati per I settimana con ciascuna membrana in
sequenza randomizzata. I prelievi ematici sono stati eseguiti ai tempi
0, 15', 30' e fine dialisi. La biocompatibilità è stata valutata
mediante conta leucocitaria e piastrinica, attivazione complementare (C3a
e complesso complementare terminale solubile), espressione delle molecole
di adesione Sialyl-Lewisx e CD11b/CD18 (CR3) sulla superficie
dei monociti e dei neutrofili, formazione di coaggregati piastrine-leucociti,
livelli sierici della selectina P-solubile. La performance funzionale dei
dializzatori è stata valutata mediante determinazione della clearance
di urea, creatinina e fosforo.
Una riduzione nel numero dei leucociti
è stata osservata con tutte le membrane, ma l'entità e la
durata del fenomeno sono risultati differenti a seconda del tipo di membrana
impiegata. Con ciascuna membrana, la conta dei neutrofili durante la seduta
emodialitica ha mostrato una significativa correlazione inversa con l'espressione
cellulare della molecola Sialyl-Lewisx e con l'espressione di
CD11b/CD18, ma quest'ultima correlazione è risultata di grado minore;
la conta dei monociti è risultata correlarsi significativamente
solo con l'espressione della molecola Sialyl-Lewisx e non con
l'espressione di CD11b/CD18. Una certa attivazione complementare è
stata osservata con ciascuna membrana ed è risultata generalmente
maggiore con la membrana in hemophan. Una aumentata formazione intradialitica
di coaggregati piastrine-neutrofili si è verificata durante dialisi
con membrane in diacetato di cellulosa ed hemophan, ma non durante il trattamento
con la membrana SMC. I livelli predialisi di selectina P solubile sono
risultati superiori rispetto ai soggetti normali. La clearance dell'urea
e della creatinina è risultata sovrapponibile tra le tre membrane,
mentre quella del fosforo è risultata significativamente inferiore
con la membrana in diacetato di cellulosa.
Questi risultati suggeriscono che
non tutti i gruppi idrossilici del polimero cellulosico si comportano allo
stesso modo quando la membrana viene a contatto col sangue ed indicano
che le differenti modificazioni sintetiche a tale polimero possono influenzare
biocompatibilità e capacità di rimozione delle membrane cellulosiche
modificate.
I fattori determinanti
la gravità dell'ipotensione dialitica
G. Tripepi1,
V. Panuccio1, FA. Benedetto2, E. Mallamaci1,
V. Candela3, C. Labate3, C. Zoccali1
1 Centro di Fisiologia
Clinica del CNR & Divisione di Nefrologia Ospedali 'Riuniti', Reggio
Calabria
2 Servizio di
Cardiologia, Ospedale 'E. Morelli', Reggio Calabria
3 Servizio Dialisi,
Ospedale 'T. Evoli', Melito Porto Salvo (Reggio Calabria)
E' ben stabilito che l'ipotensione
dialitica è multifattoriale. Per predire la gravità dell'ipotensione
dialitica noi abbiamo sviluppato un modello di analisi multivariata costruito
in base ai dati raccolti in 20 pazienti con ben definita ipotensione dialitica
(caduta sintomatica della PAM > 20% in >80% dei trattamenti nei
3 mesi precedenti lo studio). La gravità dell'ipotensione dialitica
è stata espressa come riduzione media della PAM nel corso degli
episodi ipotensivi. In ciascun paziente oltre al monitoraggio emodinamico
intradialitico (pressione arteriosa, frequenza cardiaca ed ECG) sono stati
misurati l'acqua corporea totale (TBW, Akern BIA mod. 101) e i principali
parametri ecocardiografici (PWLV, IVST, LVEDD, LVMI, RWT).
All'analisi univariata la gravità
dell'ipotensione dialitica era direttamente correlata alla pressione arteriosa
media basale (r = 0.74, p < 0.0001), allo spessore della parete posteriore
del ventricolo sinistro (PWLV, r = 0.63, p = 0.007), alla massa ventricolare
sinistra (LVMI, r = 0.54, p = 0.022), allo spessore relativo della parete
posteriore (r = 0.52, p = 0.032) e al calo ponderale intradialitico (r
= 0.48, p = 0.03). Lo spessore del setto interventricolare (IVST, r = 0.46,
p = 0.06) e la TBW (r = 0.40, p = 0.08) mostravano un'analoga tendenza
senza tuttavia raggiungere la significatività statistica. Sulla
base dell'analisi univariata abbiamo costruito un modello multivariato
nel quale la PAM basale, lo spessore della parete posteriore del ventricolo
sinistro, il calo ponderale intradialitico e l'acqua corporea totale rappresentavano
le variabili indipendenti e la gravità dell'ipotensione dialitica
la variabile dipendente. Il coefficiente di correlazione multipla (R) era
pari a 0.87 (p = 0.001) il che implica che il 76% delle variazioni pressorie
intradialitiche durante gli episodi ipotensivi sono spiegate dalle variabili
incluse nel modello. La validità del modello è stata testata
in una serie di 5 pazienti con ipotensione dialitica nei quali il modello
stesso prediceva la gravità dell'ipotensione con uno scarto medio
di 3.6 mmhg.
Nei pazienti con crisi ipotensive
ricorrenti un modello multivariato costruito con i principali parametri
emodinamici e lo spessore della parete posteriore del ventricolo sinistro
predice in maniera sufficientemente accurata la gravità dell'ipotensione
dialitica. Questi risultati sottolineano l'importanza del considerare in
maniera integrata i potenziali fattori responsabili dell'ipotensione dialitica.
Recentemente è stato identificato
un nuovo agente virale appartenente alla famiglia delle Flaviviridae denominato
virus dell'epatite G (HGV). Scopo dello studio è stato quello di
determinare la prevalenza di quest'infezione, gli eventuali fattori di
rischio e le caratteristiche cliniche in 68 pazienti in trattamento dialitico.
E' stata anche valutata la relazione con i virus epatitici HCV e HBV. La
viremia HGV è stata determinata mediante reazione polimerasica a
catena (RT-PCR) e l'impiego di un sistema di rivelazione costituito da
un DNA enzyme immunoassay (DEIA). Undici pazienti (16.1 %) sono risultati
positivi per la ricerca di HGV RNA, uno dei quali presentava co-infezione
con HCV e due con HBV. Non sono emerse differenze significative tra pazienti
HGV positivi e negativi per età dialitica, trasfusioni e livello
di transaminasi. La prevalenza di soggetti trasfusi era significativamente
superiore nei pazienti HGV positivi rispetto ai pazienti con sierologia
completamente negativa (p = 0.02). Degli 8 pazienti con viremia HGV isolata,
4 mostravano evidenti segni ecografia e clinici di danno epatico a impronta
cirrotica, ma avevano altresì evidenti cofattori di rischio epatico
(potus e farmaci).
In conclusione, la prevalenza dell'infezione
da virus HGV nella nostra casistica di pazienti in emodialisi è
risultata elevata rispetto alla popolazione generale e le trasfusioni sembrano
rappresentare la modalità di trasmissione. Il ruolo dell'infezione
da HGV nel determiniamo di danno epatico sembra incerto, ma non escludibile
con sicurezza.
L'accesso vascolare per emodialisi
mediante catetere venoso centrale permanente. Sopravvivenza e complicanze
a lungo termine: studio retrospettivo di 8 anni
R. Cavagna1,
G. Tarroni1, C. Tessarin1,
E Fabbian1, J. Nachtigal2,
D. Casol1, L. De Silvestro1
1 UO di Nefrologia
e Dialisi, Ospedale di Belluno, Belluno
2 UO di Nefrologia
e Dialisi, Ospedale di Feltre, Feltre (Belluno)
Lo scopo di questo lavoro è
quello di esaminare la sopravvivenza e le complicanze a lungo termine dei
cateteri venosi permanenti (CVP) Per emodialisi basandoci sulla casistica
di 8 anni del nostro dipartimento di dialisi.
E' stato condotto uno studio retrospettivo
su 65 CVP (1 8 Permcath, 47 Tesio) impiantati dal giugno 1989 al giugno
1997 presso la UO di Nefrologia e Dialisi dell'Ospedale di Belluno in 45
uremici cronici in HD periodica.
Tutti i pazienti sono stati trattati
con ASA o Warfarin. La valutazione della sopravvivenza dei cateteri è
stata effettuata mediante analisi attuariale di Kaplan-Meier.
La sopravvivenza dei CVP è
risultata pari al 74% al 12° mese, 56% al 24° e 36° mese, 51
% al 48° mese.
Due pazienti sono deceduti per endocardite
batterica da sepsi.
La sostituzione si è resa necessaria
in 19 casi: 5 per infezione, 5 per trombosi, 9 per fuoriuscita accidentale
del catetere.
La probabilità statistica che
il paziente sia esente da complicanze infettive legate al catetere è
risultata pari al 96% al 12° mese e all'88% al 24°, 36° e 48°
mese.
La probabilità statistica di
non insorgenza di trombosi ,irreversibile è risultata pari all'89%
al 12° mese, all'84% al 24° e 36°, 80% al 48° mese.
I nostri dati sembrano indicare che
i CVP possano costituire un valido accesso vascolare definitivo per i pazienti
in HD nei quali non sia allestibile una FAV.
Prolungato recupero della funzione
renale dopo correzione della patologia renovascolare in due pazienti affetti
da insufficienza renale pseudoterminale (Lettera alla Redazione)
C. Campieri, M. Gregorini,
M.R. Moschella, E. Zanchelli, V. Bertuzzi, P. Freddi, G. La Manna, M. D'Addato,
V. Bonomini
1 Cattedra e
Servizio di Nefrologia,
2 Cattedra e
Servizio di Chirurgia Vascolare, Policlinico Sant'Orsola, Bologna
Riassunto non disponibile
UO di Nefrologia e Dialisi, PO Ospedaliero 'D. Lentini', Lauria (PZ)
Riassunto non disponibile
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